Case Cantoniere

Durante il ventennio fascista si incentivarono diversi lavori di bonifica, costruzioni stradali, ferroviarie e opere di sistemazione urbanistica. Un accurato resoconto sulla situazione delle Opere Pubbliche in Sicilia fu fatto da Angelo Colombo nel numero del Maggio 1932 de “Le Vie d’Italia“, rivista mensile del Touring Club Italiano (disponibile online), in cui, tra i casi presi in esame, vi è anche Borgo Regalmici. Nell’articolo si osservava come il risanamento dell’isola passasse da una “vera e propria bonifica generale”, idea direttamente collegata al concetto di bonifica integrale teorizzato da Arrigo Serpieri e attuato con il R.D. 13 febbraio 1933, n. 215 “Nuove Norme per la Bonifica Integrale“.
Durante i primi nove anni di Governo furono stanziati per la sistemazione delle strade statali circa 350.000.000Lire e 250.000.000Lire per la realizzazione di nuove opere di viabilità. In totale lo Stato, grazie anche a “quell’alacre e prezioso organismo che è il Provveditorato alle Opere Pubbliche”, investì in Sicilia 3.000.000.000Lire. Le parole di Colombo elogiavano chiaramente l’azione fascista, sottolineando come “cardine d’ogni civile sistemazione e d’ogni progresso è il problema delle strade”, tema molto caro anche alla politica odierna, nonostante siano passati più di ottant’anni.
Per attuare gli interventi programmati da Roma fu istituita con la Legge n. 1094 del 17 Maggio 1928 l'”A.A.S.S. Azienda autonoma statale della strada“, il cui primo direttore fu l’Ing. Pio Calletti (1928 – 1939), che fino a quell’anno aveva ricoperto in Sicilia l’incarico di Provveditore alle Opere Pubbliche e come tale presenziò all’inaugurazione di Borgo Regalmici. Il compito della nuova azienda era quello di assumere la gestione tecnica della rete delle più importanti strade statali, oltre al generale indispensabile riordinamento ed alla più organica manutenzione e la radicale sistemazione delle strade di propria competenza. L’Ente prese in consegna le varie strade tra il Luglio ed il Dicembre 1928, ricevendole per poco più della metà dal Genio Civile e per il resto dalle Amministrazioni Provinciali. Fino a qual momento erano strade per la quasi totalità (circa il 98%) a vecchia carreggiata ed in massima parte in condizioni disastrose, così che per queste, prima ancora che di sistemazione, si parlò di “ricostituzione della struttura costruttiva”.
La Legge assicurava alla A.A.S.S. la necessaria agilità di funzionamento, stabilendo che il Ministro dei Lavori Pubblici, Presidente dell’Azienda, potesse prendere decisioni senza necessità di altro parere eccetto che quello del Consiglio di Amministrazione dell’Azienda stessa.
Solo in territorio siciliano, l’azienda coprì circa 2.058km di strade statali, 4.018km di provinciali, 2.000km di comunali e ben 10.000km di Regie trazzere. Nella provincia palermitana – territorio oggetto della nostra ricerca – furono manutenuti circa 924km di rete non considerando le strade di competenza comunale che “abbisogna di radicali sistemazioni”. Fin qui la situazione delle strade già esistenti: con il piano promosso, però, la Sicilia avrebbe acquisito altri 700km di nuove vie di comunicazione tra comunali, provinciali e strade di bonifica agraria in modo da “togliere dall’isolamento i Comuni o le frazioni […] e fornirli di accesssi alle stazioni o ai porti”. L’idea, dunque, era quella di far nascere una nuova Sicilia, come dice Vincenzo Ullo in un suo articolo, eliminando le “difficoltà nei trasporti e l’impossibilità di rapide comunicazioni”.
Tra le opere affidate all’A.A.S.S. rientravano anche le costruzioni delle Case Cantoniere che ricoprirono un ruolo di importanza centrale nello sviluppo delle vie di collegamento. In particolare modo, i gruppi di case potevano essere considerati come un primo esperimento del governo di Roma per colonizzare e far risiedere stabilmente il colono nelle nuove abitazioni al termine dei lavori stradali. A questi venivano affidati dei locali a patto che il trasferimento nelle campagne coinvolgesse l’intera famiglia. In un articolo apparso sul Popolo di Sicilia nell’Agosto 1937, si presentavano “gli aspetti confortanti” delle nuove costruzioni cantoniere che avrebbero dovuto invogliare “quelle masse che sono tra le più benemerite perche lavoratrici e prolifiche” a lasciare le “più sgangherate casette o baracche prive d’igiene e di comodità”. Si auspicava, così, che il cantoniere  cambiasse il suo ruolo sociale da operaio in rurale. Nel testo sull’attività svolta dal Governo tra il 1922 ed il 1932 si legge come

speciale interessamento rivolto alla classe dei cantonieri statali, ed il concetto di considerare le case cantoniere come uno dei complementi tecnici della moderna attrezzatura della strada, ha portato l’A.A.S.S. a studiare un piano organico per le case stesse, allo scopo di mettere in buono assetto quelle ereditate dalle passate gestioni e di provvedere con nuove costruzioni per le strade che ne sono prive. L’Azienda si è preoccupata di adeguare alle particolari esigenze a cui esse debbono soddisfare, con opportuno riguardo al diverso carattere dei luoghi; sicchè, pur mantenendo in sobrie linee generali alcuni elementi fondamentali, quali la coloritura esterna, le iscrizioni, i giardinetti ed orti annessi, gli adattamenti, se del caso, per ricovero di macchine e di attrezzi, si è cercato che le case cantoniere corrispondessero ai caratteri del paesaggio circostante, secondo le linee di architettura rurale di ciascuna regione […]. Nel complesso, a cura dell’Azienda sono state costruite oltre 400 case cantoniere.

Da queste parole è interessante notare come si presentassero due concetti poi ripresi nell'”assalto al latifondo” di fine anni ’30: da un lato si considerava l’armonia tra architettura e paesaggio rurale e, dall’altro, veniva sottolineato l’aspetto sociale dell’operazione.
Lo schema per l’edificazione delle case seguiva regole generali ben precise, riportate nel secondo volume “Manufatti Stradali” (l’opera completa consta di tre tomi), edito nel 1929 da Ulrico Hoepli e a cura del Capo Compartimentale dell’A.A.S.S. l’Ing. E. Minozzi. Nel libro venivano riportati disegni e schizzi prospettici di gallerie, ponti, allargamenti stradali e ben otto tipi di Case Cantoniere, denominati con le lettere dalla A alla K.
I piccoli agglomerati di cantoniere presenti nella provincia di Palermo, tuttavia, non rientrano tra le opere eseguite dall’Azienda statale ma ne riprendono i concetti chiave come il soddisfare le linee sobrie dell’architettura o il dotare di servizi le abitazioni. Se ne distaccano, invece, per modalità costruttive e per la scelta cromatica. In origine, infatti, nessuno dei nove centri presentava il tipico colore rosso delle case ANAS. Oggi solo Paratore e Vaccarizzo presentano la colorazione rosso – ocra poichè le case sono state nel corso degli anni mantenute come depositi.
L’amministrazione provinciale, dunque, aveva pianificato nove gruppi di case coloniche per cantonieri, qui elencate con le relative strade:

  1. Bellolampo (Passo di Rigano – Montelepre)
  2. Portella della Paglia (Bivio di Cristina – San Giuseppe Jato)
  3. Fellamonica (Partinico – Sancipirrello)
  4. Pietralunga (Sancipirrello – Corleone)
  5. Santa’Agata (Piana – B. Ficuzza)
  6. Cammisini (Collesano – Polizzi)
  7. Paratore (Castelbuono – Geraci)
  8. Frisino (Madonnuzza delle Petralie – Alimena)
  9. Vaccarizzo (Alimena – Fiume Salso)

Altri gruppi di caseggiati furono realizzati fuori dalla provincia di Palermo, come Domingo e Grottamurata. Quest’ultimo, sulla SS118 Corleonese – Agrigentina, ad esempio, richiamava da vicino quel tipo di organizzazione tipica dei successivi borghi di fondazione; una piccola piazza su cui si affacciavano le strutture di servizio – scuola e stazione dei Carabinieri – le case per i cantonieri e poco distante una chiesetta, elemento unico per questo tipo di agglomerati. Si veniva, così, a creare un “aggregato di vita comune, destinato nell’avvenire a maggiori sviluppi”, secondo quanto scritto nel 1938 sulla relazione del decennale delle attività dell’A.A.S.S.
A dirigere e a realizzare i progetti nel palermitano fu l’Ufficio Tecnico Provinciale che fece di tutto per ricevere come “ambito premio” l’approvazione e il sostegno di Mussolini, a ridosso della sua visita palermitana del 19 e 20 Agosto 1937. In quei giorni, il Duce puntò il dito sul problema dell’acqua che insieme alle strade e al villaggio rurale avrebbero permesso ai contadini di “vivere lieti sulla terra che lavorano” e sarebbero stati gli unici mezzi per spogliare dai suoi “reliquati feudali” il latifondo. Si accennò, quindi, per la prima volta al progetto dell'”Assalto al Latifondo” che fu definitivamente proclamato il 20 Luglio 1939 presso le stanze di Palazzo Venezia a Roma.
Per prepararsi alla visite del Capo del Governo fu stampato il testo “Lavori di costruzione di IX gruppi di case coloniche per cantonieri” in cui, oltre a “venire incontro e soddisfare esigenze sociali di più elevata ed ampia portata”, si sottolineava come fosse necessario riunire le case in gruppi. Da un lato, infatti, la manutenzione delle strade poteva rendersi efficace ed efficiente “soltanto quando i cantonieri abitano sulle strade loro affidate”. Dall’altro, invece, spingere le famiglie dei cantonieri a risiedere in quelle piccole case avrebbe favorito lo svilupparsi di una piccola comunità, trasformandoli nei primi centri di vita agricola “verso i quali guarderanno con interesse i proprietari dei vicini latifondi per trarne esempio ed incitamento”. Lo stesso Duce diede il “buon esempio” investendo 400.000Lire nella realizzazione di alcune abitazioni, contribuendo così alla spesa totale li 1.500.000Lire. Con queste parole si iniziavano a tracciare i metodi che saranno alla base della colonizzazione del latifondo: scorporo delle terre e attaccamento del colono alla terra a lui affidata.
Il numero complessivo di case previste sarebbe dovuto essere di trentacinque, da completare in seguito con altri cinque gruppi, destinati a diventare col tempo dei veri e propri “nuovi piccoli centri di vita” per circa trecento persone. Realizzati secondo uno schema unico, ogni gruppo era costituito da 4 o 5 case pensate per gli alloggi dei cantonieri, del capo cantoniere e del funzionario temporaneamente distaccato per i servizi stradali. Ad ognuna delle strutture era annesso un piccolo lotto di terra tra i 4.000mq e i 5.000mq con lo scopo di garantire alle famiglie coloniche un sostentamento e dei  “cespiti supplementari” per arrotondare il modesto salario. La casa dell’operaio semplice era composta da tre vani per alloggio e dai locali necessari alla vita rurale quali la stalla, il pollaio, il porcile ed i ripostigli, permettendo cosi allevamenti di piccoli animali domestici. La casa principale – quella del capo cantoniere – comprendeva un alloggio più accogliente, un numero di vani maggiore in modo da destinarli ad uffici, a pronto soccorso, rifugio per viandanti e magazzino per attrezzi e materiali stradali. Ogni casa era dotata del mobilio necessario e rifornita con acqua potabile e impianti per la depurazione biologica delle acque di rifiuto.

Guida all’ascolto

Scape 134 – Frisino

Una piccola struttura inserita in un paesaggio integro, dinamicamente variabile grazie alla presenza di vari elementi naturali.


Scape 135 – Paesaggio Interno – Porte In Movimento

Una porta è uno strumento musicale complesso. Al suo interno le timbriche metalliche delle giunture dialogano con quelle legnose dell’anta e col pavimento statico in una sinfonia magmatica, dinamica, con suo ritmo caratteristico e pieno di code armoniche, se sollecitata.


Scape 136 – Fellamonica

Fellamonica sorge a ridosso di una trafficata strada. Questo influisce sul rapporto tra elementi biofonici e antropofonici. Il “sonotope” è definito dalla carreggiata e dai vigneti presenti alle spalle del centro.


Scape 137 – Sant’agata

Dall’esterno del Borgo all’interno delle strutture, ciò che risalta ad un attento ascolto è la presenza biofonica, interrotta casualmente dal passaggio delle auto.


Scape 138 – Paesaggio Interno – Rombi Trascinati

Ancora una volta le porte e l’eccitamento dell’escursionista mediante trascinamento su terreno sono le protagoniste del file. Il legno si contrappone rude alla terra, muovendo i recinti di ferro in una condizione che molto ricorda il solco sul grammofono.


Scape 139 – Cammisini

Nonostante Cammisini sia un centro per Cantonieri, il passaggio delle auto è rado, permettendo una profondità nel campo sonoro molto particolare. Lo “scape”, infatti, ci permette di arrivare ad ascoltare un piccolo fuoco acceso al di la della vallata, a parecchi chilometri di distanza.


Scape 140 – Pietralunga

Modificazioni biologiche influenzate da quelle geofoniche. Il vento, infatti, rende chiaro come, in base alla propria direzione, possa alterare il segnale e la comunicazione tra gli elementi.


Scape 141 – Ceramica

Una superficie di marmo è il pianale dove strofinare delle mattonelle di terracotta. La composizione diventa così una striatura di ritmi appena accennati, gocce di terra, sabbia di marmo.


Scape 142 – Vaccarizzo

Per andare da Alimena a Petralia è necessario passare da Vaccarizzo. Il paesaggio sonoro, dunque, risente di un passaggio costante di autovetture rompendo l’equilibrato ambiente acustico.