ARTICOLI

Rappresentazione Multimediale di Borgo Regalmici.

di Federico Termini

Una soundmap, (o mappa sonora) è una forma di media locativo che mette in relazione un luogo e le sue rappresentazioni sonore. Una mappa sonora trasmette il soundscape di un luogo, che è unico, o possiede le qualità che lo rendono particolar- mente signi cativo dalla gente in quella comunità, utilizzando solitamente un’interfaccia interattiva. La soundmap veicola contemporaneamente infor- mazioni sull’aspetto visuale e spaziale da un lato, e dati sull’aspetto acustico e temporale dall’altro.

Borgo Regalmici e Borgo Amerigo Fazio - La storia del suono di due borghi rurali siciliani.

di Fabio R. Lattuca e Pietro Bonanno

Gli studi sul paesaggio sonoro sono un corpo complesso di teorie e pratiche nato tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio degli anni Settanta a Vancouver in seno alla Simon Fraser University per mano di un’equipe di ricerca pionieristica formata da R. Murray Schafer, Barry Truax, Hildegard Westerkamp e altri. Il loro lavoro, inizialmente focalizzato sull’inquinamento acustico del Canada, presto divenne una prestigiosa opera di analisi sul suono dei paesaggi attraverso il loro mutamento storico e l’eterogeneità geografica. L’ecologia acustica, prendendo spunto dai lavori di ecologia profonda del filosofo norvegese Arne Naess, è un contenitore all’interno del quale si svilupparono gli studi sul paesaggio sonoro attraverso l’impatto che quest’ultimo ha sulla popolazione (2009, Symposium on Soundscape Ecology: Merging bioacoustics and landscapes), sull’individuo e sull’ambiente, attraverso una prospettiva geografica, ecologica in senso stretto e cognitiva. A riguardo Almo Farina, professore straordinario di ecologia dell’Università di Urbino, propone un lessico innovativo che ha come finalità quella di studiare i rapporti tra landscape e soundscape, tra uomo e ascolto, per dar vita ad uno studio sulla specificità del paesaggio sonoro come elemento imprescindibile per l’esperienza ambientale.

Alla ricerca di una nuova identità rurale. Centri di servizio e urbanistica moderna nel contributo di Edoardo Caracciolo.

di Enza Emanuela Esposito

Nell’ambito della tematica relativa l’Assalto al Latifondo Siciliano la realizzazione dei Centri di Servizio si pone come fase peculiare dell’intervento fascista nell’entroterra dell’isola. L’intervento infatti risulta avere una sua specificità se contestualizzato nel panorama storico e urbanistico della prima metà del Novecento. Con la guerra alle porte il progetto di lottizzazione del latifondo siciliano promulgato da Mussolini si pone come esempio utopistico della ricerca spasmodica di ruralizzazione del popolo italiano in contrapposizione al fenomeno sempre maggiore dell’inurbamento. Il progetto, che presenta rilevanti caratteri dal punto di vista urbanistico, storico, sociale e architettonico, non vide la fine del conflitto bellico ma il patrimonio architettonico prodotto permane sul territorio quale testimonianza di un fervente periodo storico. La costruzione dei nuovi Centri di Servizio, così come definiti dalla Legge del 2 gennaio 1940, fu affidata all’Ente di Colonizzazione del Latifondo Siciliano di cui era direttore Nallo Mazzocchi Alemanni. Fu proprio grazie alla volontà dell’Alemanni di rispettare il principio di ruralità che i borghi assunsero carattere di unicità determinato dall’interazione tra l’architettura fascista e la tradizione siciliana.

L’Alemanni scriveva:

“ E alla progettazione dei detti borghi io volli chiamare solamente architetti siciliani, particolarmente i giovani (vi fu anche un gruppo del G.U.F.), facendo appello alla loro sensibilità e capacità, onde anch’essi collaborassero, nel quadro della loro competenza […]”1

E ancora:

“[…] bandito il sordo linguaggio e il luogo comune del progetto di ufficio, fossero rispettosi dell’ambiente e del carattere locale della nuova architettura, entro i saggi limiti di una libera interpretazione delle forme indigene, penetrandone lo spirito e adattandole alle moderne funzioni degli edifici costituenti il borgo. Rifiutassero prestiti di forme estranee alla nostra sensibilità e che, se adattate a paesi dalle nebbie perenni e dalle notti polari, costituiscono un assurdo controsenso per noi mediterranei.”

Nallo Mazzocchi Alemanni decise quindi di affidarsi a giovani architetti tra cui risaltano i nomi di Luigi Epifanio e Edoardo Caracciolo ai quali, nel 1940, l’Istituto Nazionale di Cultura Fascista affidò la redazione di lezioni volte a diffondere le linee guida per l’edificazione dei centri.

Mura Vuote: storia ed ecologia del suono dei borghi rurali siciliani.

di Fabio R. Lattuca e Pietro Bonanno

Nell’ambito della tematica relativa l’Assalto al Latifondo Siciliano la realizzazione dei Centri di Servizio si pone come fase peculiare dell’intervento fascista nell’entroterra dell’isola. L’intervento infatti risulta avere una sua specificità se contestualizzato nel panorama storico e urbanistico della prima metà del Novecento. Con la guerra alle porte il progetto di lottizzazione del latifondo siciliano promulgato da Mussolini si pone come esempio utopistico della ricerca spasmodica di ruralizzazione del popolo italiano in contrapposizione al fenomeno sempre maggiore dell’inurbamento. Il progetto, che presenta rilevanti caratteri dal punto di vista urbanistico, storico, sociale e architettonico, non vide la fine del conflitto bellico ma il patrimonio architettonico prodotto permane sul territorio quale testimonianza di un fervente periodo storico. La costruzione dei nuovi Centri di Servizio, così come definiti dalla Legge del 2 gennaio 1940, fu affidata all’Ente di Colonizzazione del Latifondo Siciliano di cui era direttore Nallo Mazzocchi Alemanni. Fu proprio grazie alla volontà dell’Alemanni di rispettare il principio di ruralità che i borghi assunsero carattere di unicità determinato dall’interazione tra l’architettura fascista e la tradizione siciliana.

L’Alemanni scriveva:

“ E alla progettazione dei detti borghi io volli chiamare solamente architetti siciliani, particolarmente i giovani (vi fu anche un gruppo del G.U.F.), facendo appello alla loro sensibilità e capacità, onde anch’essi collaborassero, nel quadro della loro competenza […]”1

E ancora:

“[…] bandito il sordo linguaggio e il luogo comune del progetto di ufficio, fossero rispettosi dell’ambiente e del carattere locale della nuova architettura, entro i saggi limiti di una libera interpretazione delle forme indigene, penetrandone lo spirito e adattandole alle moderne funzioni degli edifici costituenti il borgo. Rifiutassero prestiti di forme estranee alla nostra sensibilità e che, se adattate a paesi dalle nebbie perenni e dalle notti polari, costituiscono un assurdo controsenso per noi mediterranei.”

Nallo Mazzocchi Alemanni decise quindi di affidarsi a giovani architetti tra cui risaltano i nomi di Luigi Epifanio e Edoardo Caracciolo ai quali, nel 1940, l’Istituto Nazionale di Cultura Fascista affidò la redazione di lezioni volte a diffondere le linee guida per l’edificazione dei centri.